Svalbard Global Seed Vault, il deposito del futuro
Come siamo strani noi
umani. Sviluppiamo ogm e mettiamo in un “museo” eoni di evoluzione.
Lo scorso febbraio il
Deposito mondiale delle sementi delle isole Svalbard – ultimo baluardo della
biodiversità che noi facciamo a pezzi con impegno davvero degno di miglior
causa – ha compiuto dieci anni. Per questa ricorrenza ha ricevuto da 23
istituzioni, tra le quali l’Università di Pavia, settantamila nuovi tipi di
semi: varietà di riso, grano e mais, ma anche colture meno conosciute, come le
arachidi di Bambara - legumi tipici dell’Africa sub-sahariana che crescono
anche in siccità - e particolari varietà di fagioli provenienti dall’Europa
orientale.
In un mondo che va
incontro a cambiamenti climatici e a un forte incremento demografico, diventa
cruciale preservare la diversità delle colture. Il deposito delle Svalbard,
voluto dal governo norvegese, nasce proprio con questo intento. È stato
studiato per resistere al tempo, ai disastri naturali e a quelli causati dall’uomo.
Che, da parte sua, se invertisse la rotta sulle devastazioni ambientali e
climatiche – un esempio per tutti gli allevamenti intensivi – farebbe, per una
volta, una buona azione per il pianeta.
Lo Svalbard Global Seed
Vault, con il suo preziosissimo carico che racchiude la storia della Terra, è
situato in un luogo remoto, in una vecchia miniera di carbone a oltre 100 metri
di profondità all’interno di una montagna, e a 130 metri sopra il livello del
mare per essere protetto da un eventuale innalzamento degli oceani (per inciso,
un’altra causa dei cambiamenti climatici derivanti da politiche scellerate).
Le sementi sono conservate
in speciali pacchetti, inseriti in casse sigillate, a una temperatura di -18°C.
I ghiacci perenni e la roccia spessa assicurano che i campioni rimangano
congelati per anni, o in alcuni casi per secoli, anche qualora dovesse mancare
l’energia elettrica.
Questo bunker funge da
“backup unit” conservando i duplicati delle sementi presenti in tutto il mondo
che, in caso di necessità, potranno essere utilizzati per ripristinare una
coltura andata persa.
I depositari possono disporre dei campioni inviati, che rimangono di loro proprietà, ma finora solo in un caso è stata chiesta la loro restituzione. Nel 2005 il Centro internazionale per la Ricerca Agricola in aree asciutte (Icarda) di Aleppo, in seguito alla guerra civile siriana, si è trovato costretto a richiedere le copie dei suoi semi per poter ricostruire la propria banca in un luogo sicuro.
A oggi esistono oltre 1770
banche dei semi nel mondo, ma molte di queste sono a rischio. Guerre, calamità
naturali, ma anche mancanza di fondi o una cattiva gestione, potrebbero portare
alla perdita irreversibile di questo patrimonio.
Photo credit Crop Trust
